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Pubblicato su Prêt-à-Porter. il 19 Maggio, 2008 da ElisaDi nuovo chiuso a tempo indeterminato.
Di nuovo chiuso a tempo indeterminato.
Ok, forse sono pronta per tornare. Ultimamente ho completamente messo sottosopra la mia vita e non riuscivo più a scrivere, forse avevo bisogno di sistemare una cosa alla volta. Ho lasciato ingegneria, non dico l’università perché a Settembre ricomincerò da qualche altra parte (molto probabilmente economia), l’università è è dentro di me è una cosa che voglio assolutamente fare. Ho lasciato il mondo degli ingegneri perché non faceva per me, e non riuscivo a farla bene come avrei voluto, non ero motivata, non mi piaceva.
Ho tagliato i capelli fino al mento, per molti anni li ho portati lunghi fino sotto le spalle e li ho fatti biondi.Non avevo il coraggio di tagliarli, mi è sempre piaciuto il capello lungo, ma corti e chiari mi stanno molto meglio e forse avevo bisogno del coraggio che ho preso per lasciare ingegneria per rivoluzionare anche la mia testa.
Forse ci ho messo troppo tempo a capirlo, ma quando si tratta di cambiamenti sono sempre molto timorosa. Per fortuna ho ancora diciannove anni, venti a settembre, chissà il numero due aprirà davvero la strada giusta per me.
In questo periodo stò studiando per il First Certificate che darò a giugno e stò lavorando. Che lavoro? Faccio ripetizioni ad alcuni ragazzi delle medie. Che situazioni che mi sono capitate, i figli sono sempre troppo stanchi per lavorare, e le madri sempre troppo occupate per far studiare i loro figli, alcuni penso avranno la vita segnata dalla non-responsabilità delle loro madri. Ma questo è solo un piccola esperienza della mia vita, voglio tornare all’università, voglio studiare, voglio dare gli esami e laurearmi, questo è quello che più mi manca ora e che più desidero.
[I'm not calling for a second chance,
I'm screaming at the top of my voice,
Give me reason, but don't give me choice,
Cos I'll just make the same mistake again]
Sorrido tra le lacrime, sul mio volto bagnato si stà disegnando un sorriso beffardo di quelli che si fanno quando si ha capito tutto. Sorrido se penso quanto si può diventare viscidi, la propria dignità spazzata via, solo per l’amore del proprio io. Sorrido perché mi sento migliore di te, e forse anche di te. Perché non mi lascio ingannare, perché ho ancora un po’ di rispetto verso me stessa, perché le lacrime di ciascuno di noi sono qualcosa di prezioso che non possiamo sventolare davanti a tutti perché la forza della compassione ci faccia riaccettare dagli altri. Sorrido perché ho avuto il coraggio di mettere completamente sotto sopra la mia vita, e non so ancora che decisioni prenderò e che ne sarà di me, ma avrò sempre una spalla dove appoggiare la mia testa quando mi farà male per il troppo pensare. Non penso di aver sbagliato ad essere stata dura, non questa volta, ti devi svegliare, devi capire che la maggior parte delle cose non sono come ci appaiono.
Ora è momento di tacere. Si è detto tutto, e forse anche di più.
“A pensare male si fa peccato,
ma spesso ci si azzecca”
(Giulio Andreotti).
Tu, neanche lo sai quanto mi stai aiutando in questo momento. Non ho bisogno di parlarti, ho bisogno di sapere solo che sei lì per me. La mia vita è serena, eppure c’è qualcosa che da un po’ di tempo mi tormenta e che non so bene come affrontare. Forse, dovrei solo essere un po’ più coraggiosa, ma non so, alcuni cambiamenti radicali mi hanno sempre tanto spaventata. Mi sono ricordata di questo film, l’ho visto al liceo, ho deciso di dedicargli una pagina con il pezzo più bello e di ripromettermi ogni tanto di rileggerlo.
Ho bisogno di sentirmi realizzata di nuovo, di sentirmi un po’ più fiera di me, di muovermi di più di essere più attiva. La tua presenza mi serve più di ogni altra cosa, non te ne andare mai.
Oggi mi sento annoiata. Sono a casa, dovrei studiare, ma non mi concentro, guardo fuori e vedo una giornata splendida, e penso che la stò buttando via. Ogni tanto mi sento completamente sola, come se non avessi i miei affetti più cari. Questa università stà uccidendo uno a uno i miei nervi. Vorrei diventare ingegnere, ma ce la posso fare? Mi sembra tutto troppo difficile, troppo impegnativo, non per me.
Dall’altra parte però è diventato un sogno prepotente, mi ritroverei molto delusa da me stessa se un giorno arrivassi a mollare tutto. Tra una settimana proverò per la terza volta analisi, ma la mia mente è distaccata, si rifiuta di ragionare, di imparare. E pensare che al liceo ero un alunna modello, e che riuscivo a fare il mio dovere anche quando proprio non ne avevo voglia. Forse, sarà anche la paura del domani che mi blocca, non so cosa succederà, è tutto troppo poco definito. Forse una laurea? E quale lavoro? Un compagno o una vita da single? Invidio chi è deciso e và dritto per la sua strada. Forse, stasera uscirò a godermi la mia città illuminata, che mi mette di buon umore e non mi fa pensare al domani.
[..Sometimes, we've got to sing this song
Sometimes, It takes us way too long
Sometimes, we've got to sing out of key..]
E poi ho avuto un intuizione riflettendo su una delle tante puntate di Sex and the city. Anche io avevo due fantasmi: uno era buono e totalmente innocuo, ormai si era scordato di me e io di lui, e convivevamo nella stessa città senza mai disturbarci. L’altro invece era arrabbiato, di quella rabbia che ci si coltiva dentro silenziosamente. Se da una parte capivo alcune colpe che mi addossava, dall’altra non accettavo che ce l’avesse tanto con me, in fondo avevo usato un modo garbato per convincerlo ad uscire dalla mia vita. Ma il caso mi aveva punito continuando a farmelo vedere tutti i giorni, senza avere un dialogo civile.
Quando si parla di casi della vita.. Il primo fantasma quando veniva a trovarmi ogni volta mi infastidiva in modo quasi imbarazzante, ma dopo essere riuscita a farlo andare via ora riuscivo serenamente a parlarci, conservando tra di noi solo quella vecchia complicità che utilizzavamo una volta per capirci senza troppe parole. Il secondo che invece era stato meno irruento e fastidioso del primo, ora diventava lui quello più ingombrante e problematico.
25-12-07
Sento lontanissima la tua voce al telefono. Come se fossi chissà dove, per sempre lontano. Questi sono giorni di dolce malinconia, di dolci lacrime che scorrono invisibili sulle guance che vorrebbero liberarsi e cercare ancora quello che è stato. L’ultimo giorno sembrava di stare in un sogno fatto di penombra. L’essenziale dei nostri corpi, niente di più. Come non ho potuto non capire subito di chi era la canzone, era così immediato l’autore.
Don’t think twice, it’s al right. Certo è vero, mi ripeto che è tutto ok, parlare del più e del meno al telefono, mi ripeto che sono pochi i giorni che ci dividono. Ma saranno queste giornate immobili di festa, tutti impegnati a mangiare e nessuno in giro a godersi un po’ di aria invernale, saranno queste banalità che bisogna fare, che per quanto sciocche siano assumono tutti gli anni la loro sacralità. Stasera andrò a messa, ho bisogno del vero spirito del Natale, non del pacco colorato sotto l’albero. Ho bisogno di ritrovare qualcosa che ora non ho nella mia città illuminata a festa.
Ti amo Roma, e forse…

La città di Sofronia si compone di due mezze città. In una c’è il grande ottovolante dalle ripide gobbe, la giostra con la raggiera di catene, la ruota delle gabbie girevoli, il pozzo della morte coi motociclisti a testa in giù, la cupola del circo col grappolo dei trapezi che pende in mezzo. L’altra mezza città è di pietra e marmo e cemento, con la banca, gli opifici, i palazzi, il mattatoio, la scuola e tutto il resto. Una delle mezze città è fissa, l’altra è provvisoria e quando il tempo della sua sosta è finito la schiodano, la smontano e la portano via, per trapiantarla nei terreni vaghi d’ un’ altra mezza città.
Così ogni anno arriva il giorno in cui i manovali staccano i frontoni di marmo, calano i muri di pietra, i piloni di cemento, smontano il ministero, il monumento, i docks, la raffineria di petrolio, l’ospedale, li caricano sui rimorchi, per seguire di piazza in piazza l’itinerario d’ogni anno. Qui resta la mezza Sofronia dei tirassegni e delle giostre, con il grido sospeso dalla navicella dell’ottovolante a capofitto, e comincia a contare quanti mesi, quanti giorni dovrà aspettare prima che ritorni la carovana e la vita intera ricominci.
[Lord I want to be up, in my heart]
Natale. Quest’anno lo sento poco. Sento solo il sollievo di due settimane di vacanza. L’arrivo di questi giorni di pausa è coinciso con l’anniversario di sei mesi di vita vissuta. Vita che mi è servita per riscoprirmi, per ritrovare qualcosa che per un po’ di tempo avevo preferito mettere da parte. Oggi sei partito e per un po’ non ci sarai. Io invece rimarrò qui, nella mia città che oggi con questa pioggerellina delicata ha un aspetto malinconico e lontano. Vacanze poi per modo di dire, aspetterò e nel frattempo studierò per i miei esami e leggerò qualche libro per dimenticarmi per un attimo di me.
Arriverà un altro anno, e non ci credo al motto: anno nuovo, vita nuova, anche perché mi và benissimo quella che ho, con i miei impegni, i miei affetti più cari che nell’anno vecchio come nel nuovo li ritroverò lì a capirmi anche solo con uno sguardo.
[Wait in line, 'Till your time
Ticking clock, Everyone stop..]
Devo riprendermi, tornare in me stessa. Sono combattuta tra due stati d’animo contrapposti, mi trovo ai due estremi, e il bello è che non so dove e quale sia la verità. Non voglio auto-convincermi di una cosa perché mi fa comodo, vorrei appartenere a quello stato d’animo che veramente mi rappresenta. Ci stò perdendo la testa.
Devo trovare la mia risposta, ma non ci riesco, non so come fare. Tutte e due le risposte mi andrebbero bene, mi piacerebbe farle convivere insieme, ma sono due estremi che non potranno mai raggiungersi. Dovrei capire, scegliere, ma la soluzione la vedo ancora troppo sfocata.
[Wasting my time, in the waiting line
Do you believe in what you see..?]
[Love me love me, say that you love me..
Love me love me, pretend that you love me
leave me leave me, just say that you need me..]
Ma ti ricordi quando eravamo più piccoli? Quegli anni li porto dentro, come uno scrigno magico, le risate, le battute i primi amori, le nostre illusioni. A volte mi piacerebbe rincontrarlo, sapere che fine ha fatto, se è rimasto sempre il solito stronzo. Che anni quelli, che anni! Mi ricordo quando entravi in classe con delle occhiaie che arrivavano fino ai piedi perché eri stato tutta la notte al telefono con lei, e io che ti rimproveravo: “Ma chi te lo fa fare!”, ma era l’amour che dettava le sue regole.
Sperare che, quando passavo sulle scale e lo vedevo fuori scuola sul suo motorino, anche lui sentisse quella specie di pugnale che mi trafiggeva lo stomaco. Se ci penso ora mi viene da sorridere, che momenti favolosi. Tutte i nostri primi flirt, le prime cotte, le prime sbandate.
Mi ricordo quando alla fine del terzo tu e Giulio (chissà che fine avrà fatto..), venivate da me e per prendermi in giro cominciavate a fare facce strane e mi ripetevate in continuazione il suo cognome.
E poi c’è stato il cognome dell’altro, poi la gente è passata e se n’è andata. Non rimane più niente, se non il posto fisico e i nostri ricordi.
Ho sognato di rincontrarlo ancora, ma ormai saprei che saremmo due perfetti sconosciuti senza più niente in comune.