Archivio per la Categoria Letture.

La Peste.

Pubblicato su Letture. il 16 Gennaio, 2008 da Elisa

“Ha ragione Rambert, assolutamente ragione e per nulla al mondo vorrei distoglierla da ciò che stà per fare, che mi sembra giusto e buono. Occore che le dica che tutto questo non è eroismo. Si tratta di onestà. E’ un idea che può far ridere, ma la sola maniera di lottare contro la peste è l’onesta.”

Don’t think twice, it’s alright.

Pubblicato su Letture., Prêt-à-Porter. il 2 Gennaio, 2008 da Elisa

25-12-07

Sento lontanissima la tua voce al telefono. Come se fossi chissà dove, per sempre lontano. Questi sono giorni di dolce malinconia, di dolci lacrime che scorrono invisibili sulle guance che vorrebbero liberarsi e cercare ancora quello che è stato. L’ultimo giorno sembrava di stare in un sogno fatto di penombra. L’essenziale dei nostri corpi, niente di più. Come non ho potuto non capire subito di chi era la canzone, era così immediato l’autore.
Don’t think twice, it’s al right. Certo è vero, mi ripeto che è tutto ok, parlare del più e del meno al telefono, mi ripeto che sono pochi i giorni che ci dividono. Ma saranno queste giornate immobili di festa, tutti impegnati a mangiare e nessuno in giro a godersi un po’ di aria invernale, saranno queste banalità che bisogna fare, che per quanto sciocche siano assumono tutti gli anni la loro sacralità. Stasera andrò a messa, ho bisogno del vero spirito del Natale, non del pacco colorato sotto l’albero. Ho bisogno di ritrovare qualcosa che ora non ho nella mia città illuminata a festa.

Ti amo Roma, e forse…

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La città di Sofronia si compone di due mezze città. In una c’è il grande ottovolante dalle ripide gobbe, la giostra con la raggiera di catene, la ruota delle gabbie girevoli, il pozzo della morte coi motociclisti a testa in giù, la cupola del circo col grappolo dei trapezi che pende in mezzo. L’altra mezza città è di pietra e marmo e cemento, con la banca, gli opifici, i palazzi, il mattatoio, la scuola e tutto il resto. Una delle mezze città è fissa, l’altra è provvisoria e quando il tempo della sua sosta è finito la schiodano, la smontano e la portano via, per trapiantarla nei terreni vaghi d’ un’ altra mezza città.
Così ogni anno arriva il giorno in cui i manovali staccano i frontoni di marmo, calano i muri di pietra, i piloni di cemento, smontano il ministero, il monumento, i docks, la raffineria di petrolio, l’ospedale, li caricano sui rimorchi, per seguire di piazza in piazza l’itinerario d’ogni anno. Qui resta la mezza Sofronia dei tirassegni e delle giostre, con il grido sospeso dalla navicella dell’ottovolante a capofitto, e comincia a contare quanti mesi, quanti giorni dovrà aspettare prima che ritorni la carovana e la vita intera ricominci.

1949.

Pubblicato su Letture. il 15 Dicembre, 2007 da Elisa

Sei la mia schiavitù sei la mia libertà
sei la mia carne che brucia
come la nuda carne delle notti d’estate
sei la mia patria
tu, coi riflessi verdi dei tuoi occhi
tu, alta e vittoriosa
sei la mia nostalgia
di saperti inaccessibile
nel momento stesso
in cui ti afferro.

Nazim Hikmet.

Se una notte d’inverno un viaggiatore.

Pubblicato su Letture. il 28 Ottobre, 2007 da Elisa

Su tutte le voci dominava quella d’un uomo anziano in uniforme da guardia carceraria, che vaneggiava ebriamente in una mare di chiacchiere: “E ogni mercoledì la damigella profumata mi dà un biglietto da cento corone perchè la lasci sola con il detenuto. E al giovedì le cento corone se ne sono già andate in tanta birra. E quand’è finita l’ora della visita la damigella esce col puzzo della galera sulle sue vesti eleganti; e il detenuto torna in cella col profumo della damigella sui suoi panni da galeotto. E io resto con l’odore di birra. La vita non è altro che uno scambiarsi d’odori.

L’ Amante.

Pubblicato su Letture. il 16 Ottobre, 2007 da Elisa

Anni e anni dopo la guerra, dopo i matrimoni, i figli, i divorzi, i libri, era venuto a Parigi con la moglie. Le aveva telefonato. Sono io. Lei l’ aveva riconosciuto alla voce. Le aveva detto: volevo solo sentire la tua voce. Lei aveva detto, ciao, sono io. Era intimidito, aveva paura come prima, la voce improvvisamente gli tremava e in quel tremito, improvvisamente, lei aveva ritrovato l’accento cinese. Lui sapeva che lei aveva cominciato a scrivere libri, l’aveva saputo dalla madre incontrata a Saigon. Sapeva anche del fratello piccolo, disse che ne aveva sofferto pensando a lei. E poi sembrava che non avesse altro da dire. Ma poi glielo aveva detto. Le aveva detto che era come prima, che l’amava ancora, che non avrebbe potuto mai smettere d’amarla, che l’avrebbe amata fino alla morte.

The dubliners.

Pubblicato su Letture. il 18 Luglio, 2007 da Elisa

Un leggero picchettio ai vetri lo fece girare verso la finestra. Aveva ripreso a nevicare. Guardò insonnolito i fiocchi, scuri e argentei che scendevano obliquamente contro il lampione. Era venuto per lui il momento di andare a ovest. Sì i giornali avevano ragione: nevicava su tutta l’Irlanda. Cadeva la neve in ogni parte della scura pianura centrale, cadeva soffice sulla torbiera di Allen e soffice cadeva più a ovest, sulle scure e tumultuose acque dello Shannon. E cadeva anche su ogni punto del solitario cimitero sulla collina in cui giaceva il corpo di Michael Furey. S’ammucchiava fitta sulle croci piegate e sulle lapidi, sulle lance del cancelletto e sui roveti spogli. E pian piano l’anima gli svanì lenta mentre udiva la neve cadere stancamente su tutto l’universo, e stancamente cadere, come la discesa della loro fine ultima, su tutti i vivi e tutti i morti.

High and Dry.

Pubblicato su Letture., Vecchio stile. il 16 Luglio, 2007 da Elisa

La mattina il cielo era così azzuro, un colore mai visto prima, intenso senza nessuna nuvola a turbarlo. E guardandolo mi erano rivenute in mente le sensazioni della notte appena trascorsa. Il suo respiro affannato carico di desiderio, accanto al mio. Tornando a casa nell’ascensore mi ero guardata allo specchio, il mio volto era stanco ma incredibilmente sereno, e le mie labbra sembravano rinate, turgide come non le avevo mai viste. Mi aveva detto di cercarlo dopo essere tornata a casa, ma non lo avevo fatto. Volevo lasciare intatte quelle sensazioni che avevamo provato, volevo che andassimo a dormire con addosso ancora tutto quanto senza che ci fossero parole a distoglierci da quanto avevamo vissuto.

[Don't leave me high, don't leave me dry.]

Quante migliaia di volte aveva visto la propria faccia e, sempre, con quella stessa impercettibile smorfia. Contraeva le labbra, quando si guardava allo specchio. Era come per dare alla sua faccia una maggiore intensità. Quella era lei: intensa; acuta come un dardo; decisa precisa. (Mrs. Dalloway)

Stand by me.

Pubblicato su Letture., Vecchio stile. il 3 Luglio, 2007 da Elisa

[Maybe you and I will not
believe in the things we find behind the door..
Stand by me, nobody knows the way it's gonna be.]

E si ricordava ancora perfettamente tutto.
Non me lo aspettavo, pensavo se ne sarebbe dimenticato. E invece si ricordava che quella notte avevamo deciso tutto, avevamo deciso che fare di noi.
E’ stata la prima volta in cui non ho avuto fretta, in cui non ho sentito la necessità e il peso di dimostrare qualcosa. E’ stata la prima volta in cui ho voluto prendermi e gustarmi ogni singolo attimo, pensando solo al presente.
E già so che quando partirò mi mancherà, eccome se mi mancherà.

Felice di vivere e padrone di sé
È chi al cadere di ogni giorno potrà dire:
“Ho vissuto. Domani il Padre avvolga
pure il cielo di nubi oscure o sereno
l’accenda il sole, non renderà mai sterile
il mio passato e non potrà mai cancellare
come se per me non fosse accaduto
ciò che l’attimo fuggente mi ha portato”.

(Orazio, Carmina III, 29, vv. 42-4 8)

Amai.

Pubblicato su Letture., Vecchio stile. il 25 Giugno, 2007 da Elisa

E poi l’ho detto. Ho pronunciato una parola, la parola.
L’ho pronunciata così senza accorgermi, la bocca ha fatto tutto da sola senza che io le dicessi di farlo. E’ solo una parola, ma dietro si nasconde tanto di me, si nasconde tutto quello che non voglio dire e che probabilmente non dirò mai. Non so se mi abbia sentito, e non so che sperare, so solo che mi è venuto spontaneo. Prima mi faceva ridere la parola, forse solo perché l’avevo sempre detta con la testa e mai con il cuore.

Amai trite parole che non uno
osava. M’incantò la rima fiore amore,
la più antica, difficile del mondo

Amai la verità che giace al fondo,
quasi un sogno obliato, che il dolore
riscopre amica. Con paura il cuore
le si accosta, che più non l’abbandona.

Amo te che mi ascolti e la mia buona
carta lasciata al fine del mio gioco.

[Umberto Saba, da Mediterranee, 1946]

Madame Bovary.

Pubblicato su Letture. il 6 Giugno, 2007 da Elisa

Nel fondo della sua anima Emma aspettava che qualche cosa accadesse. Come i marinai in pericolo, volgeva gli occhi disperata sulla solitudine della sua vita e cercava, lontano, una vela bianca tra le brume all’orizzonte. Non sapeva che cosa l’aspettava, quale vento avrebbe spinto quella vela fino a lei, su quale riva l’avrebbe portata, ne sapeva se sarebbe stata una scialuppa o un vascello a tre ponti, carico di angosce o pieno di felicità fino ai bordi. Ma tutte le mattine, svegliandosi, sperava che fosse il giorno buono, ascoltava ogni rumore, si alzava di colpo, si stupiva che non accadesse niente. Al tramonto, sempre più triste, desiderava di essere già al giorno successivo.